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Piedi in aria e testa in terra

Tra due ore ho un esame. Dovrei alzarmi da questa sedia, spegnere i Subsonica che ormai vanno a palla da un’ora e dirigermi rassegnatamente verso la M9. Non è lontana per fortuna. Solo che adesso mi è salita la tensione e preferirei buttarmi nelle fauci di un leone, affrontare un nemico, perfino rivedere qualcuno che odio.

Dovrei riempirmi di bigliettini fin nelle calze e invece devo ancora cominciare a scriverne uno. Il fatto è che in questo periodo ho voglia di leggerezza.

Sarà che arrivano brutte nuove. L’albo dei pubblicisti rischia di essere chiuso, nel qual caso io avrei letteralmente buttato nel cesso cinque mesi di lavoro. Non mi rimane che prendere quello che viene e continuare a provare; ho la sensazione che non sarà semplice. Sto seriamente cercando di non perdere la voglia di scrivere.

Ma a parte questo, ci è stato regalato un bell’inverno, Pieno di luce e di sole, nonostante il freddo e la mancanza di neve; essendo molto meteoropatica, non potevo non sentirlo. A febbraio farò la richiesta per andare in Erasmus. L’aria a Padova è diversa, ha cambiato odore e colore, si è come alleggerita. E chissà, magari sono sulla buona strada per capire che le cose finiscono ed è giusto così. Sì, ho proprio voglia di un paio di mesi felici (anche se non c’è da aspettarselo, dato che la sessione comincia fra poco). Quei giorni in cui ti sembra di sollevarti e volare, in cui ringrazi di essere vivo e poter vedere tutto questo. E anche tutti i ragionamenti cupi fatti finora cominciano a starmi un po’ stretti. Chissà, forse cambierò stile, forse cambierò blog. Forse starà tutto qui.

What the thunder said

Tante trasparenti goccioline d’acqua che scendono come seguendo un percorso preciso. Una che atterra dritta sul naso di Sofia. Una bici condotta a mano e il mio passo, pesante, dopo un esame.
Mangio? Non mangio.
Ovviamente non ho l’ombrello, e lascio che i miei lunghi capelli si bagnino sotto la pioggerella di inizio dicembre.
Tante cose, come sempre. Tante cose.
Il fatto che mi sono ritrovata, mi sono innamorata, che forse riesco a dialogare con me stessa. Una passeggiata che cancella i pensieri cupi e mi riporta semplicemente alla luce.
Il tuono scoppia e rimbomba, ma dopo la tempesta lascia quiete.
Calcio i sampietrini di via Altinate.
Ma sì, mangio.
E finalmente ci rido sopra. Lascio che una insensata felicità mi pervada. Mi lascio essere contenta per i banchetti di Natale, per i dolcetti e le sciarpe di lana, per un esame andato a fanculo e pazienza, perchè con un po’ di fiducia si vive meglio, per le zuppe rubate ai crucchi, per te che stai arrivando da me, perchè forse sono brava a cucinare, per la prospettiva di un viaggio. Perchè la musica mi parla in ogni momento e perchè la mia penna le risponde.
Mentalmente, stringo Giulia e Sofia in un abbraccio. E la mia testa è già con te.

“Come sono belle le donne quando decidono di fare l’amore tra poco”.
“Friends will be friends until the end”.

Irene

Irene, una volta qualcuno mi ha detto: “Perchè è vero, ci si rende conto di essere felici”.
Ed è esattamente così. Un soffio di vento, una giornata al mare, una giornata autunnale limpida e freddissima, un motorino che sorpassa a destra e le nostre impronte sulla sabbia.
Ma anche un feroce ottobre e un viaggio a Venezia, nuove abitudini che si fanno avanti, e il rendersi conto che la nuova vita e i nuovi ritmi sono anche meglio di quello che si ha lasciato. Scoprire che effettivamente c’è un modo in cui la città non mi resiste, ma ci si asseconda a vicenda.
D’altronde, se si riesce a resistere alla violenza dell’autunno, si potrà superare il freddo inverno e la coltre di neve che tutto copre e tutto protegge.
Irene, deve essere questo il posto. Devo solo ritrovarmi e provare di nuovo.

Cosa cerchi
bambina mia?
So chi sei.
Per un sogno infranto
bastano
dieci secondi
e un’
E S A S P E R A N T E
stanchezza

nella testa
ormai satura
di pesanti vapori
grave sipario
di un nero inaspettato

Ammazzacaffè


Dicesi “ammazzacaffè” quel bicchierino di liquore che si beve una volta terminata la propria tazzina di caffè. Esso ha la funzione di conciliare la digestione e far alzare da tavola leggeri e contenti. Ecco, dopo il decimo cicchetto magari un pochetto sbronzi.
Esso elimina il sapore di caffè rimasto in bocca, quindi lo “ammazza”.
E’ come un tentativo di sostituire ciò che già si è fatto e di eliminarne gli effetti, proprio come se nulla fosse successo. Ma è anche la degna fine di una grande abbuffata. Un tentativo di catarsi, una prova di epilogo.
Ecco, io credo che la politica italiana di questi tempi sia un po’ come un illusorio ammazzacaffè.

Acida, nuda, statica

Scoperta, con tutte le carte in tavola offerte alla bella vista degli altri giocatori.
Acida, come qualche residuo di quest’anno, dal sapore di limone, con una punta di cinismo.
Statica, come è la mia giornata, nell’attesa di qualcosa e nel rimettersi pian piano al lavoro. Eppure ho già scoperto che è nei periodi di stasi come questo che solitamente si ritrova se stessi.
L’altra sera, andando a Santa Viola a vedere i fuochi, respirando la veronese aria notturna dopo prolungate vacanze, senza vedere nessuna stella cadente, ho pensato che nell’eterno mutare delle cose ci sono sempre dei punti fissi. Sto ritrovando in questo periodo delle sensazioni, dei pensieri, delle situazioni che mi riportano a quando ero bambina e che mi pareva di aver perso crescendo. E sono questi i fatti che restano. Pur essendo accidentali, certe cose sono ancora lì, pronte ad aspettarmi quando le cerco, comunque e in ogni caso.
Mi sono seduta sul prato con Giulia e Irene e ho guardato i più bei fuochi che abbia mai visto.

Profonda, come lo sono i miei sentimenti per te.
Irritabile, come mi rende questo caldo.
Giapponese, come è ciò che mi attrae da quando ho scoperto Murakami e Miyazaki.
Mentre sono “a Fumane, in culo ai lupi, a una festa di punkabbestia”, mentre ascolto le nuove scoperte musicali (Foster the People, Il Teatro degli Orrori e Jamiroquai), mentre guardo “Un tram chiamato desiderio”, mentre mi addormento tranquillamente, a volte sento vicino quell’autobus dell’Apt che in sogno mi riporta indietro, oppure mi manda avanti. Fermata a chiamata.

E invece decido di farlo.
Diamo un titolo a questi ultimi giorni. Esattamente come se la mia vita fosse un libro, una storia interessante che qualcuno leggerà. Fingiamo qualcosa del genere.

1) “Come Chiara imparò che, per ottenere una risposta, bisogna continuamente provare e riprovare”.
2) “Once upon a time you dressed so fine”.
3) “Di viaggi mentali e di programmi malsani”.
4) “Come ammettere che gli architetti hanno bisogno degli ingegneri. E come Chiara scoprì, suo malgrado, che forse qualche caratteristica da ingegnere dopotutto la possedeva”.
5) “Come i Marlene Kuntz riuscirono quasi a perdere una fan”.
6) “Di iPod smarriti e voti a Sant’Antonio”.
7) “Il ruolo del frigorifero, ovvero auf Jeden Fall”.
8) “Il dono della sintesi, ovvero come riassumere un anno in due ore”.
E vedo avvicinarsi i vent’anni in un mood strano, londinese, un po’ grigio e cupo come lo sono io talvolta. E per ricominciare ci vuole molto coraggio e un punto di appiglio. E chissà se ne sarò capace, e se ne vale la pena, se quello che sto facendo sia giusto per me.

Rest In Peace

Ci sono quelle presenze a cui ormai si è abituati, di cui non ci si rende nemmeno più conto. Esci dalla tua facoltà, attraversi quell’incrocio tra via Falloppio e via Belzoni, passi sulle lunghe strisce per dirigerti verso il centro, o imbocchi il viale alberato per andare in stazione.
E lei è lì, con la sua bicicletta piena di sacchi e i suoi capelli lunghi. Porta un asciugamano in testa, eppure sa rispondere con tutta la franchezza possibile a chi le fa della falsa compassione. A volte viene a dormire nell’androne o addirittura nell’ingresso di casa tua; ma chi se la sente di ributtare sulla strada una persona quando fuori la temperatura è sotto lo zero.
E tu la guardi, inizialmente turbato ma poi sempre più incuriosito. Ti chiedi cosa mai sia successo a questa donna per finire sulla strada così giovane, guardi il suo volto consumato dalla fatica e dalle elemosine, i suoi occhi di ghiaccio, la sua parlata strana e le parole apparentemente senza senso che dice, un certo dolore antico che emerge ancora da lei.
E quando arriva la notizia non ci puoi credere. Tu che non le hai quasi mai detto una parola, ma sai che c’è. Chi non la conosce nel quartiere Portello?
“Travolta e uccisa in bici la clochard di via Belzoni”. Poche parole che ti fanno un effetto imprevisto e ti fanno mancare il fiato, un pensiero che riemerge poco a poco.

“Chi pe’ strada va, pe’ strada more”, è l’amara verità cantata da Mannarino.
R.I.P., Barbara.
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Shadows and light

Le persone diverse dagli altri non sono come gli altri, ma non hanno da vergognarsene. Perchè gli altri non sono così straordinari. Sono migliaia di migliaia di migliaia. Lei è una. Loro si agitano su e giù per il mondo. Lei è qui dentro.
TENNESSEE WILLIAMS, “Lo zoo di vetro”


Queste parole forse potranno salvarmi.
Sono complicata, non è facile entrare nel mio carattere.
Forse semplicemente penso un po’ troppo.
Magari, quando qualcuno mi conosce, mi giudica simpatica, strana, ansiosa, esuberante, gentile, chiusa ma ciarliera. Chissà se è così difficile comprendermi, scavare un attimo in più per scalfire la crosta.
D’altronde, mi innamoro sempre di quelle persone che sono fuori da ogni schema.

C’è di più

Nelle loro vite non c’è nemmeno la più piccola parvenza di poesia.
Davanti ad un muro, notano i mattoni e il cemento, si chiedono perchè sopra il quinto pezzo da destra ci debba essere uno squarcio e ridono. I loro muri non hanno buchi.
Davanti ad una creme brulèe, gustano solamente il sapore, sdegnando tutto il resto e trascurando il sottile piacere che viene dal romperne la crosta con la punta di un cucchiaino.
Chi sogna è una persona inutile, anormale, strana.
Fanno della razionalità il loro pilastro, non rendendosi conto dei limiti che pongono alla propria esistenza.
A volte lasciarsi tutto alle spalle, dimenticare gli stereotipi e i parametri della nostra vita, lasciarsi semplicemente trasportare senza pensare e giudicare per cinque minuti è così bello.

Se il dito indica il cielo, l’imbecille guarda il dito.

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